ESISTE ANCORA UN’EUROPA UNITA?

7 gennaio 2015, Parigi: 12 morti (attentato alla sede di Charlie Hebdo)

13 novembre 2015, Parigi: 130 morti (strage del teatro Bataclan e dello Stade de France)

2 dicembre 2015, San Bernardino: 14 morti ( strage del centro disabili)

22 marzo 2016, Bruxelles: 32 morti (attacchi all’Aeroporto di Zaventem e tra le stazioni di Maelbeek e Schuman della metropolitana, a due passi dal Parlamento Europeo)

12 giugno 2016, Orlando: 49 morti (strage di Orlando)

2 luglio 2016, Dacca: 20 morti (attacco ad un ristorante)

14 luglio 2016, Nizza: 85 morti (strage di Nizza)

26 luglio 2016, Rouen: 1 morto (assalto alla chiesa di Saint-Etienne)
Sono solo alcune delle ultime stragi rivendicate dallo Stato Islamico che hanno scosso l’Europa e il mondo intero.

 

Noi europei ci siamo persi, suvvia siamo sinceri. Tutti questi attacchi e la crisi (economica e culturale) ci stanno mettendo in ginocchio.

E’ venuta meno la capacità di guida delle leadership politiche e sono risorte dal passato in diversi stati le pulsioni nazionalistiche e reazionarie, si sono radicati in noi nuovi egoismi.

Ha ceduto l’asse portante delle idealità, dei valori e dello spirito di cooperazione che aveva permesso la creazione di questo magnifico progetto. Negli ultimi decenni, le fortune pluridecennali dell’Europa unita hanno ceduto il passo a pesanti vicende di crisi, su diversi piani, del processo di integrazione europea. Con la crisi globale del 2008 è venuta meno la capacità di un costante avanzamento economico e sociale, in un contesto internazionale aggrovigliato e critico come non mai.

Si sta preferendo ereggere muri piuttosto che accogliere il “diverso”, chiudendosi dentro alla nostra stessa prigione. Bisognerebbe, invece, mantenere un approccio ordinato e obbiettivo a tutti gli interrogativi che ci vengono posti quotidianamente e alle numerose difficoltà a cui far fronte.

All’Europa per risorgere occorre avere il coraggio di osare e rischiare, superando incomprensioni e paure verso il nuovo, il diverso. Ed è proprio in questo punto che la politica degli stati nazionali sbaglia, lasciandosi prendere da populismi sempre più diffusi e dall’euroscetticismo.

Il quadro degli attentati sopra riportati è molto chiaro: un giornale satirico, un supermercato di alimentari ebraici, uno stadio di calcio, un teatro giovanile, un caffè, un aeroporto, una stazione metrò, un treno, una festa in piazza ed infine una chiesa. L’intento del messaggio sembra chiaro: nessuno è più al sicuro in nessun luogo. Bisogna avere paura. Punto.

E come si può fare per risolvere questa situazione sempre più drammatica? Difficile dirlo.

Sicuramente iniziare a distinguere gli islamici dai terroristi potrebbe essere un buon primo passo, così, giusto per avere le idee un po’ più chiare. I terroristi non sono islamici, utilizzano il pretesto religioso, affermando a parole –sottolineo “a parole”- di essere islamici. Bisogna gridarlo. Senza paura, questa volta.

Può sembrare difficile da capire ma non lo è. Mi spiego meglio. Se io uccidessi qualcuno e mi firmassi con il nome di “Paolo Rossi” il colpevole rimarrei comunque io, “Luca Cozzarini”, e non il famoso Paolo che invece non centra nulla ma che invece passa per colpevole.

Spero di essere stato più chiaro. E’ un esempio banale, lo so, che però mette in luce come di solito si fa di “tutta l’erba un fascio” troppo facilmente ragionando con la pancia al posto di usare la testa.

“Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva” affermava già il poeta tedesco Holderlin agli inizi dell’800. Questa citazione non può essere applicata al contesto moderno? Chi lo sa. L’Europa era un’orchestra perfetta dove ogni stato suonava armoniosamente uno strumento.

Oggi è un’arena, un tutti contro tutti.

C’è bisogno di un’Europa sovranazionale in chiave federale per risolvere i problemi, tutti insieme. Tutto qua.

 

 

 

 

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